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La cifra segnica che diventa comunicazione

Elio Carmi

Un foglio bianco, neanche tanto grande, di solito 50x70. Un approccio intuitivo, creativo, espressivo, pittorico. Un concetto, idea, prodotto. La necessità di una sintesi, per tenere tutto insieme e per dare forza, immagine, impatto su quel foglio di carta 50x70. Per farlo ci vogliono competenze particolari, cultura grafica, tipografica e illustrativa, e molte prove molta scuola.  
Un tempo si producevano immagini che poi si lavoravano sulla lastra calcarea trattata con oli e inchiostri, oggi il processo è più rapido e controllabile, un tempo si chiamavano affiche, oggi poster (e non è proprio la stessa cosa). 
I grandi affichiste nascevano dal fare pittorico, senza soluzione di continuità disegnavano i manifesti della belle epoque parigina o belga o londinese, ma anche in italia c’era un’intensa produzione a Trieste per i viaggi di mare, o a Cortina per la neve e lo sport, e in tutt’italia per capelli, impermeabili bevande. C’era una cosa che univa tutto e tutti quelli che disegnavano queste immagini; la necessità (e la voglia) di essere capiti da chi guarda, l’emittente aveva tutto il rispetto (dovuto) verso il ricevente. Non lo scrivo tanto per dirlo, ma per chi oggi (molto spesso) produce artefatti comunicativi che sono indecifrabili, complessi, che dicono essere di ricerca, ma che a mio avviso sono solo attività narcisistiche e vanitose, irrispettose verso le Persone che sono sempre quelli con cui vogliamo e dobbiamo dialogare anche visivamente, anche considerando la loro percezione, interpretazione e capacità dialogica. Tornando a noi, all’idea dei “manifesti” quelli di Lele in particolare, nati a casa sua a Genova, in ambienti teatrali, turistici, industriali mi viene un’associazione un po' arbitraria con un’altra storia genovese. 
La mostra straordinaria, dei manifesti Polacchi sul teatro nel maggio 2009, a Palazzo Ducale. Una serie di poster di piccolo medio e grande formato prodotti per il Teatro (con la T grande), per un pubblico attento e consapevole del valore dello spettacolo dal vivo. Un mondo che Lele conosceva benissimmo, a partire dal teatro yddish, a quello della Tosse, al mondo della scenografia che gli diede grandi e meritatissime soddisfazioni. 

Una delle grandi capacità di Luzzati era quella di saper piegare il suo linguaggio, la sua cifra segnica, in funzione dell’obbiettivo dato e in relazione alla comunicazione verso la Persona. 

Così come sapeva calarsi nell’immaginario di un bambino e parlare di Pulcinella, lo sapeva fare per Brecht o per Jarry. Sempre nel migliore dei modi, sempre in punta di pennello. E poi che si trattasse di spettacolo animato o di cinema o di promuovere un festival, per lui era sempre un Teatro del Mondo.

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