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Pinocchio icona pop?

Matteo Fochessati

Non certo solo per la significativa presenza dell’eroe di Carlo Collodi nelle opere di diversi artisti che hanno aderito a tale tendenza, ma anche per la smisurata e ininterrotta diffusione della sua immagine attraverso molteplici forme espressive.

Pinocchio ha continuato infatti a coinvolgerci nelle sue magiche – eppure così terribilmente realistiche – avventure: lo ritroviamo nelle illustrazioni delle centinaia di edizioni dedicate in tutte le lingue alla sua celebre storia; è stato immortalato da svariate tipologie di pupazzi e ancora continua a essere rappresentato nelle opere di artisti di ogni genere e provenienza; è inoltre comparso in carne e ossa (e legno) in diverse trascrizioni cinematografiche e fiction televisive o nei disegni animati del famoso lungometraggio di Walt Disney del 1940; nel 1952 fu consacrato dal parco ambientale di Collodi che, antesignano di molti di quelli recentemente intitolati in tutto il mondo a eroi del fumetto e della letteratura per l’infanzia, vide la collaborazione artistica e progettuale degli scultori Emilio Greco e Pietro Consagra e degli architetti Piero Porcinai, Marco Zanuso e Giovanni Michelucci; a Jesolo gli fu addirittura dedicata un’esposizione di sculture di sabbia, a conferma che la fama non determina necessariamente monumenti perenni.

Pinocchio ha comunque superato i famosi quindici minuti di celebrità che, all’interno dell’immaginario pop elaborato da Andy Warhol, dovrebbero essere riservati a ognuno di noi. La fama universale del burattino senza fili, titolo di un celebre album di Edoardo Bennato degli anni Settanta, lo rende pertanto automaticamente un eroe dell’immaginario collettivo, al pari delle sue Marilyn e dei suoi Mao.

Non a caso la sua celebre immagine – quel naso lungo che è divenuto il segno distintivo e simbolico del personaggio – è stata rilanciata proprio dagli artisti pop, come l’americano Jim Dine o il piemontese Ugo Nespolo. Per Dine Pinocchio non ha rappresentato soltanto un soggetto del variegato universo della cultura pop: l’ibrido personaggio – vittima di sbalorditive mutazioni genetiche (come la crescita delle orecchie d’asino) – è stato per lui una vera e propria ossessione, incarnando il valore alchemico del fare arte.

Nespolo invece ha interpretato la popolare storia del burattino di legno come modello iconografico del nostro immaginario collettivo, rielaborandola attraverso una rilettura ironica e festosa ispirata ai colori sgargianti delle opere di Depero e al suo universo artistico popolato da marionette e animati personaggi dalle forme meccaniche. E proprio un ritratto di Pinocchio compare tra i tanti pupazzi prodotti dall’atelier del futurista trentino, quel pirotecnico laboratorio creativo passato alla storia come la Casa del Mago.

Come tutte le icone del nostro tempo, anche il nostro personaggio mostra quindi una multiforme adattabilità a ogni circostanza e ambientazione. E dunque il fiabesco e scherzoso burattino di legno di Lele Luzzati, memore delle suggestioni teatrali di Gozzi, può dialogare, come avviene in questa mostra, con le cupe atmosfere del Pinocchio-Frankestein di Flavio Costantini, confermando una volta di più che se ognuno ha il suo Pinocchio, Pinocchio è davvero di tutti.

Volendo impaginarlo per catalogo o mostra, farei un ulteriore intervento leggero sulla punteggiatura (soprattutto trattini e spaziature) per uniformarlo agli standard editoriali contemporanei.

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