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Nella disgrazia, sono stato fortunato

Goffredo Fofi

Con la semplicità e la franchezza che gli erano proprie, Lele Luzzati racconta  come diventò “pittore di teatro” negli anni di guerra, a partire dall’esilio a Losanna. Un esilio forzato, conseguente alle leggi razziali del novembre 1938. Nato nel 1921, genovese innamorato della sua città, Luzzati a poco più di 17 anni, fu mandato a Losanna dai suoi per allontanarlo da una situazione aberrante e traumatica. Con la vitalità e l’entusiasmo, con la curiosità e la spinta che nonostante tutto appartengono alla gioventù, e ancor prima all’adolescenza, Luzzati seppe approfittare di un’occasione nata da sì grande tragedia, così come - sopravvissuto a una guerra che fece sessanta milioni di morti di cui, nella Shoah, sei di origine ebraica o di fede israelita - seppe avvalersi delle aperture di un’epoca che permetteva, anzi imponeva di ricostruire e di inventare un mondo diverso, migliore del passato. 
La sua prima vocazione era stata la pittura, e però non gli bastava, avido come crediamo che fosse di comunità e di compagnia e, come imparò ben presto dalle prime esperienze di studio e di lavoro, mosso da una specifica vocazione per le arti applicate. Memore degli insegnamenti materni (il patchwork di vari materali) e di quelli scolastici, ma soprattutto guidato da una inesauribile curiosità e da quella disponibilità al lavoro di gruppo che tanto hanno affascinato chi l’ha conosciuto. 
«Gli anni della ricostruzione furono, nonostante il ricordo delle tragedie vissute e dalle quali tutti fummo in qualche modo sfiorati, anni per tanti versi entusiasmanti. Seppelliti e pianti i tanti morti, si trattava di inventare un nuovo tempo, in un clima di democrazia e di speranza che contagiava anche chi, come me, era ancora bambino al tempo dell’occupazione nazista dell’Italia» (Rita Cirio, Dipingere il teatro, Edizioni Laterza, Roma-Bari, 2000).

Genova-Losanna andata e ritorno. Apprendistato e prime esperienze. Scoperta del mondo e scoperta delle proprie potenzialità, a confronto con un mondo affascinante come quello del teatro. E due maestri, infine: Sergio Tofano prima e Christian Bérard dopo, il primo non solo disegnatore, anche autore e regista e noto anzitutto come attore in teatro e in cinema (quello dei “telefoni bianchi”!) e come inventore del Signor Bonaventura, il secondo geniale scenografo teatrale e cinematografico, soprannominato Bébé perché pacifico e grassoccio, formidabile collaboratore di Jouvet, Barrault, Cocteau... Disegnare e ritagliare, incollare e animare, e in teatro, in un tempo in cui la moderna scenografia teatrale infine nasceva, dopo essere stata per decenni non più che fondali disegnati, immobili quinte. 

Un altro grande e poliforme, che fu pittore scrittore musicista e altro ancora, come Alberto Savinio - forse incrociato o conosciuto da Luzzati in quegli anni, quando il teatro importante lo si faceva a Milano (Strehler e Grassi) e a Roma (Visconti, Costa) ma si poteva spesso vederlo anche altrove, nelle tradizionali tournées - definiva il teatro “l’avventura colorata”! E le esperienze del nostro amato Luzzati (l’ho visto e ci ho parlato solo una volta, ma conservo una sua affettuosa lettera che mi scrisse quando mi mandò quando mi accadde di scrivere del suo lavoro), di Luzzati uomo sociale per eccellenza, furono quelle di un poeta di grande spirito pratico, di un artista di grande spirito artigianale, di un creatore di storie di grande spirito, diciamo così, infantile... Come fu certamente Tofano, e come furono probabilmente i grandi mimi francesi alla Decroux, Marceau, Barrault, Lecocq, re-inventanti ogni volta un linguaggio essenziale e insieme totale, per una comunicazione che appare come la più semplice di tutte ma che è la più densa e complessa di tutte. 
Luzzati non è stato attore (chi l’ha conosciuto dice che avrebbe potuto ben esserlo, e proprio nella scia dei mimi citati) ma ha saputo trasferire il suo bisogno di armonia e di grazia figurativa nel movimento del disegno animato, e nel sapiente movimento che fa dei suoi disegni e delle sue scene fisse una gioia per gli occhi, in connubio così spesso con la bellezza della grande musica. 

Da Losanna a Genova, e da Genova all’Italia, fedele a radici fortissime tra tradizione italiana e tradizione ebraica, ci è bensì caro immaginare Luzzati sullo sfondo delle sue scene più liguri, più genovesi. Tra le quali si è mosso con la semplicità dei bambini, con la perizia degli artigiani, con la misura dei veri poeti.

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